Il “padre” delle bambole

maledizione-bambola-mandy“Non avrei potuto farti più bella” sussurrò l’uomo, tra sé e sé.

Giorno dopo giorno le sue idee prendevano vita in splendide bambole.
Il luogo dove era solito lavorare era avvolto da penombre in grado di rendere miope persino lo sguardo più acuto.
L’odore che pervadeva il locale era molto pungente, simile a quello dei solventi usati nelle aziende chimiche.
Il locale era molto disordinato, ciotole incrostate e rotoli di carta con progetti di bambole.
Il suo modo di operare sulle bambole e l’attenzione mostrata potevano essere ricondotte al modus operandi di un chirurgo.
Dopo aver terminato una nuova bambola, si tolse la mascherina e tossì’ due volte. I miasmi evidentemente non si erano ancora diradati.

“Non ti ho creata come vanto personale” le disse, con tono affettuoso e paterno, quasi stesse cercando di consolarla o di farsi perdonare.

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Poggiò le labbra sulla sua fronte di porcellana, su cui impresse un caldo e schioccante bacio.

“Né come sincero capriccio d’egoismo. Sei un’opera d’arte. Trascendi la concezione che noi miseri umani abbiamo di perfezione” aggiunse poco dopo, con voce fiera e profonda.

Le labbra smilze ed umidicce si piegarono in un sottile e macabro sorriso, mentre i suoi occhi iniziarono a riflettere una luce oscura e meschina. Sfilò i guanti di lattice che aveva indossato sino a quell’istante.

“Peccato tu non possa gioirne. E’ pura crudeltà quel che governa questa terra!”. Un velo di pianto imbibì le ciglia dell’artista durante uno dei suoi brevi silenzi. Fece per parlare, tuttavia le parole gli si spazzarono in gola. Cadde in un mutismo totale ed imbarazzante, che durò più di qualche minuto.

Spesso capitava che apportasse modifiche al suo lavoro. Non si sa se lo facesse in base alla malinconia legata alla bambola o ad altro. UN ultimo particolare mancava alla sua bellissima bambola. Gli occhi.
Per mesi e mesi li aveva cercati ovunque, senza trovare nulla che fosse stato all’altezza del suo progetto. Durante quel lungo lasso di tempo, pur di non lasciare il suo capolavoro sguarnito di un particolare così nobile, aveva optato per l’utilizzo di due bottoni di plastica blu. Un compromesso beffardo, in grado di svilire l’impegno maniacale che l’uomo aveva profuso nel suo atto creativo.

Ad un passo dalla disperazione trovò quel che sognava, grazie alla collaborazione di una zelante cassiera.

Un risolino di intima gioia sgorgò dalle fauci del fabbricante di bambole. Rinfilò guanti e mascherina e, preso il bisturi tra pollice ed indice, recise il filo che si intrecciava tra le asole. Nel compiere tale gesto intonò un motivetto allegro, vecchio di almeno vent’anni, che scemò non appena ebbe finito. I bottoni vennero gettati alla rinfusa insieme ad altro materiale.

Schiarì la voce con un colpo di tosse e abbassò nuovamente ciò che proteggeva il suo volto.

La fissò. Lei non poteva ancora ricambiare, le palpebre erano secche e sgonfie, quasi fossero realmente fatte di tela.

“Pazienta ancora mia cara. Fra qualche istante tu e lo zio Ed potrete finalmente giocare assieme”. Le disse dolcemente, abbozzando un viscido sorriso.

Prese una ciotola d’acciaio cromato e delle pinze ricurve, dalle estremità concave ed affilate, vagamente simili a cucchiaini da dessert. Quindi si voltò, mosse qualche passo in direzione del muro più interno, raggiungendo in una manciata di secondi ciò di cui aveva bisogno. Le pinze scattarono pochi istanti dopo, con la rapidità e la freddezza di cui sono dotati i rettili velenosi. Per due volte.

Furono le ultime immagini che raggiunsero il mio cervello prima del buio.

Non urlai, né provai alcun dolore. Coscienza e sentimenti erano storditi da droghe e privazioni. Solo le più basilari percezioni avevano mantenuto una traccia d’integrità durante la prigionia.

Sentii un caldo rivolo dall’odore ferroso solcarmi le gote.

Il pensiero volò ai miei bulbi oculari, che in quel momento stavano con tutta probabilità galleggiando nel vassoietto metallico, in attesa di essere imbalsamati ed impiantati nel volto della bambola, tra i frammenti di decine di altre donne.

Fu così che i miei occhi divennero l’ultimo tassello di un mosaico fatto di carne e di ossa…..

 

FONTE : http://it.creepypasta.wikia.com/