Benvenuti nella Giungla! The Green Inferno: Recensione

the-green-inferno-620x400Dopo Cabin Fever e Hostel uno dei registi horror più talentuosi degli ultimi anni torna nelle sale con “The Green Inferno”. Eli Roth aveva già iniziato la stesura, quando il video “Kony 2012” si diffuse in maniera virale sul web ricevendo più di 100 milioni di visualizzazioni, grazie ai retweet e alle citazioni nei social media.

Per chi non lo sapesse, il video era stato creato dall’associazione “Invisible Children” con l’obiettivo di far catturare il criminale di guerra ugandese Joseph Kony entro la fine del 2012; evento che colpì molto Roth perché la sua storia parlava proprio di questo.

L’inizio del film è ambientato nel mondo protetto di un campus in un college d’elite di New York, dove alcuni studenti organizzano una protesta. Alejandro, affascinante e carismatico, esorta gli studenti ad avere un ruolo attivo e non a limitarsi ai retweet. Le antichissime tribù dell’Amazzonia scompariranno a causa del saccheggio delle loro risorse naturali da parte delle multinazionali, se non faranno niente.

Insieme a un piccolo gruppo di studenti, Alejandro si reca in Amazzonia determinato a cambiare il mondo noncurante delle conseguenze. Volano in Perù con un piccolo aereo privato per raggiungere il villaggio e si incatenano agli alberi per protesta, in modo da non poter essere portati via e iniziano a trasmettere in streaming l’azione con i loro cellulari. Gli operai reagiscono con la forza estraendo immediatamente le pistole e minacciando di uccidere gli studenti. Justine scopre che il suo lucchetto è difettoso e non riesce a incatenarsi, quindi viene catturata e minacciata con un fucile, mentre Alejandro riprende tutto con il suo cellulare per mostrare al mondo che la figlia di un funzionario delle Nazioni Unite è in pericolo._G5C0665.JPG

I ragazzi riescono a scappare e a risalire sul loro aereo privato. Justine capisce di essere stata usata ma di essere la pedina di un gioco più grande di lei. Ma ecco che un terribile incidente squarcia l’aereo e tutti i passeggeri, spaventati e feriti, si trovano in balia della giungla. La tribù che erano andati a salvare li prende in ostaggio.

L’ispirazione di Eli Roth viene sicuramente dai film italiani degli anni ’80 quali Cannibal Ferox di Umberto Lenzi e Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, a cui c’è anche una piccola dedica nei titoli di coda. Ma a differenza di quest’ultimo, The Green Inferno è dopotutto un film senza scene di nudo, uccisioni di animali, stupri o razzismo. Non si ricorre alla tecnica del documentario come in “The Blair Witch Project”, ma addirittura c’è una sottile ironia nelle battute dei personaggi mentre vengono smembrati e cucinati.

Ed è questa la nota che ha voluto dare Roth: il saper ironizzare sul proprio Paese, sulle relazioni che intrattengono i cittadini americani tra di loro, quasi come una denuncia satirica. Di nuovo, come in precedenza aveva fatto con Hostel vuole denunciare non solo la foga del capitalismo, ma anche la coscienza umanitaria, che viene meno in situazioni di pericolo estremo in luoghi selvaggi.

977452_044Come gli indigeni vivevano nella giungla con rituali primitivi, cannibalismo e atti barbarici, così a poco a poco, ad imbarbarirsi sono anche gli animi delle persone in ostaggio che pur di non morire, cercano di sopraffarsi gli uni con gli altri.

Un film molto crudo dunque, sconsigliato a chi è debole di stomaco; ma questa crudità delle scene, con il sangue che scorre a fiumi è in contrapposizione con la bellezza della fotografia. Il film d’altra parte è stato girato veramente nella foresta amazzonica, in un villaggio antico, in Cile, in cui siamo trascinati nelle lunghe riprese dall’alto. Un luogo incontaminato, verde e idilliaco, ma che nasconde un grande segreto.

Benvenuti nella giungla, questo è The Green Inferno!